In questi giorni sento l’impulso di migliorare e decorare gli spazi della mia casa. Sarà l’estate in arrivo, o una sublimazione del mio desiderio di avere gente amica intorno. In questo contesto, ieri sera ho avuto un art attack. Da tempo pensavo di creare della segnaletica per la mia casa; un modo per ricordarmi e ricordare buone abitudini che riguardano l’utilizzo degli spazi. Alla porta della mia stanza da letto appenderò un segnale che vieta l’introduzione di qualsiasi cellulare, a formalizzare una norma già in uso.

Ma ieri ho sentito l’esigenza di difendermi da una modalità di comunicazione ancora più subdola e pervasiva dei cellulari: la lamentela.

In Italia, esiste uno sport ancora più praticato del calcio o dell’opinionismo televisivo: è la lamentela. Se esistessero dei campionati nazionali di lamentela per regione, la Sicilia si piazzerebbe puntualmente ai primi posti. La nostra cultura è talmente satura di lamentela che, crescendo in Sicilia, è molto difficile rendersene conto. È semplicemente lo stato delle cose. A volte ce lo diciamo anche, che siamo bravə soltanto a lamentarci, ma lo facciamo lamentandoci. E allora non vale.

Perchè il problema della lamentela è proprio questo: satura la nostra visione del mondo come una bolla che ci inghiotte espandendosi sempre più man mano che la lamentela rimbalza di persona in persona, fino a diventare un dato di fatto nella nostra narrazione collettiva. La tristezza e la rassegnazione diventano così il punto di partenza nel racconto della nostra storia. Al punto che il gentleman inglese John J. Norwich, in apertura della sua recente Breve storia della Sicilia, può affermare: “quella della Sicilia è una storia triste, perché la Sicilia è un’isola triste […]. Questo libro è soprattutto un tentativo di analizzarne le cause”. 

Possibile che non abbiamo altre storie da raccontarci? In fondo, noi siamo le storie che di noi stessi ci raccontiamo. Da dove cominciamo a creare una narrativa diversa che seppellisca la lamentela totale con forme di ostinato ottimismo?

Da una parte, riattivare la nostra creatività e la nostra immaginazione per inventarci nuove narrazioni. Magari ripescando le piccole storie che sono scivolate tra le maglie della Storia ufficiale. Le storie felici, le storie ribelli, le storie nascoste in faldoni tenuti (anche di proposito) in disparte. Inventate o vere, poco importa, dal momento che non esiste storia, per quanto si sforzi di essere oggettiva, che non abbia una componente di invenzione.

Dall’altra, semplicemente resistere. Creando lamentela-free zones come vivai protetti per la germinazione di nuovi racconti, che narrino il possibile senza la zavorra del “tanto non cambia mai niente”.

Comincio dal mio salotto, dichiarandolo una lamentela-free zone. Il cartello che campeggia, in duplice copia, sulla bacheca e sulla porta, servirà da gentile e ironico richiamo, per me e per chi visiterà la mia casa, alla pervasività inconsapevole della lamentela, che potrebbe insinuarsi senza che ce ne accorgiamo. E, proprio perché è così subdola e invisibile come uno spirito, mi sono sentito di aggiungere un occhio anti-malocchio, in funzione apotropaica. Perché la lamentela mi fa davvero paura, e i dispositivi di protezione non sono mai troppi.

2 thoughts on “ Dispositivi anti-lamentela, o da dove cominciare a costruire una nuova narrazione collettiva ”

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