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Non è stata la pandemia a insegnarmi il pane.

No, sono stati il bisogno di coccolarmi e il desiderio di riscoprire antichi saperi che ci torneranno utili — come spesso accade, questi saperi riguardano i rapporti con esseri non-umani: in questo caso, lieviti, batteri, grani.

Come mi ha ricordato questa mattina Sofia Pasotto, abbiamo solo pochi anni per mitigare gli effetti più catastrofici del cambiamento climatico. Saranno anni intensi. E avremo molto, molto da fare. Dovremo chiedere con forza alle istituzioni che ci rappresentano di essere all’altezza della gravità della situazione. E dovremo affinare tutte le strategie di resilienza, antiche e nuove, di cui disponiamo. Avremo anche bisogno di mangiare bene e di riposarci. Di coccolarci.

Fare il pane è una forma di attivismo. Di attivismo del piacere. Il piacere può essere una forza di trasformazione più potente dei richiami, seppur vitali e necessari, della scienza. Potente come la poesia del pane appena sfornato, del profumo di buono e dello scricchiolio della sua crosta croccante.

Parlare di attivismo del piacere può sembrare superfluo, addirittura frivolo, in un mondo che, per molti aspetti, ci sembra crollare a pezzi. Ma è così solo perché siamo cresciut* in una cultura che separa nettamente il lavoro dalle passioni, il dovere dal piacere. Glorificando il primo e mortificando il secondo.

Anche mentre scrivo queste righe, una leggera autocensura mi serpeggia dentro. Ma sono il solo a essere convinto della centralità del piacere in ogni processo di cambiamento radicale?


Breadmaking is a form of pleasure activism (referring here to the inspiring must-read by @adriennemareebrown). It is a way of treating oneself in the face of the threats of the climate crisis. A way to re-educate oneself in ancient forms of knowledge that regard the relations with non-human beings — in this case, yeasts, bacteria, and grains.

Talking about pleasure activism may seem superfluous, frivolous even, amidst the great unraveling we are facing. But that it’s just because we have grown in a culture that separates so strictly work from leisure, duty from pleasure. Glorifying the former while mortifying the latter.

Even as I write this, a slight hint of self-censorship tickles me. But I am not the only one to be convinced of the centrality of pleasure to every process of radical change. Am I?

Pictured: Sourdough bread loaf, from whole, durum wheat, Sicilian flour. 20% liquid yeast, 75% hydration.

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