Quando penso alla cultura rigenerativa, all’arte rigenerativa, le opere di Maria Lai sono tra le prime cose ad arrivarmi, insieme a un sorriso denso di saggezza e a un brivido di eccitazione.

L’arte di Maria Lai è un’arte del legame: unisce senza alterare; crea nel cucire insieme persone, mondi, realtà che malvolentieri si parlano. Cresciuta in un mondo dell’arte dominato dagli uomini e incline a separare — l’arte “povera” da quella colta, la tradizione dal contemporaneo, la scrittura dall’immagine — Maria fa molta fatica a trovare una sua strada tra le rigidità della modernità cittadina verso cui è emigrata, cercando un’apertura che la Sardegna non sembrava in grado di offrirle.

Mi chiedo: cosa vuol dire cucire? Un ago entra ed esce da qualcosa, lasciandosi dietro un filo, segno del suo cammino che unisce luoghi e intenzioni. Le cose unite restano integralmente quelle che erano, solo attraversate da un filo …

Ma quando finalmente ci riesce, già cinquantenne, negli anni ’70, la sua emancipazione è un’esplosione di creatività. Dalle mani della “fata operosa” cominciano a venir fuori lenzuoli cuciti con fili che simulano testi incomprensibili, a volte rilegati con pezzi di stoffa per creare oggetti simili a libri, e altre stranezze. Le sue opere ibride sconvolgono i canoni tradizionali dell’arte proprio per la sapienza con cui legano insieme registri tenuti rigidamente separati: il testo e l’immagine, la tradizione millenaria del telaio e l’arte contemporanea. Non solo: l’operazione di Maria mette in discussione il concetto stesso di modernità, e la gerarchia di valore in essa sottesa che subordina le arti decorative, applicate, manuali, femminili, tradizionali – e dunque semi-meccanicamente riprodotte – alle arti pure, cerebrali, maschili, concepite dal genio individuale e dunque creative nel senso più alto del termine.

Uno dei “telai” di Maria Lai. Fonte: pagina Instagram della Stazione dell’Arte

Il telaio è lo strumento di lavoro della donna che tesse, insieme funzionale e artistico, ma è anche una macchina del tempo che unisce passato e presente

La ricerca di Maria non si ferma, anzi comincia a scavare più a fondo nel ricchissimo repertorio di arti e racconti della sua terra, l’Ogliastra. Il suo viaggio comincia ad assomigliare sempre più a un ritorno.

Ho dietro di me millenni di silenzi, di tentativi di poesia, di pani delle feste, di fili di telaio

Nel 1981, nel paese di Ulassai, all’ombra della cui montagna la stessa Maria è nata e cresciuta, avviene un fatto destinato a echeggiare in tutto il mondo, e a rimanere a lungo in forma di racconto. Ispirata dalla storia narrata in paese di una bambina che, decenni prima, si era salvata da una frana seguendo un misterioso filo azzurro, Maria immagina una performance che coinvolgerà l’intero paese. A tutte le famiglie vengono date matasse di nastro azzurro con il quale dovranno collegarsi alle case dei loro vicini. Questo esercizio costringe il paese a fare i conti con le inimicizie e i tribalismi che serpeggiano al suo interno. Dopo mesi di paziente mediazione, la mappatura dei legami si arricchisce di un ulteriore elemento: un pane, legato al nastro, indicherà le case tra cui regna l’amicizia; il nastro sarà invece teso laddove i rapporti siano di inimicizia. La rete di nastri così formata verrà infine legata alla montagna che sovrasta Ulassai. 

La simbologia che permea l’opera è ricchissima e allo stesso tempo manifesta; non richiede spiegazioni o complesse esegesi critiche. La sua forza maggiore è che il legame del nastro è mostrato e creato allo stesso tempo: è l’atto del legarsi, della comunità al suo interno e al suo circostante, lo snodo dell’opera. Il nastro turchese materializza questo legame e, come nel racconto che origina l’opera, indica una direzione di salvezza – o, meglio, di rigenerazione – che viene dal passato, dal territorio, dal legame stesso.

La cosa che mi appassiona di più di Maria Lai è il suo percorso. La sua vita e il suo processo creativo sono la cronaca di un viaggio emblematico che passa per l’illusione di una modernità esterofila per poi rendersi conto che la vera emancipazione risiede nel paziente lavoro del legame, nell’integrazione e non nella separazione. Un lavoro che non comincia mai da una tabula rasa, ma può trovare nutrimento e ricchezza nelle stesse tradizioni millenarie che la modernità ortodossa rigetta. E che diventano spesso filo da seguire in direzione di una rigenerazione.

Per continuare l’esplorazione di Maria Lai:

  • Il sito web della Stazione dell’Arte di Ulassai, museo fondato dalla stessa Lai e che custodisce buona parte delle sue opere. Spulciare anche il canale Instagram.
  • L’episodio 21 di Morgana, podcast a cura di Michela Murgia, che ripercorre la vita di Maria Lai e poi dialoga con Franco Arminio di paesi e poesia.
  • Su Legarsi alla Montagna: un video che immortala la performance
Fonte: pagina Instagram della Stazione dell’Arte.

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