‌Di recente ho scoperto un aggettivo che mi racconta abbastanza bene: multipotenziale. La mia multiplicità di passioni e interessi è strettamente legata a un’altra caratteristica fondamentale del mio essere: la capacità è la volontà di cambiare e stimolare cambiamenti.

A scuola andavo bene, ma non perché eccellessi nelle singole materie; anzi, andare troppo nel dettaglio mi annoiava e mi annuvolava la mente. Amavo invece immaginare quello che non sapevo alla luce di altre conoscenze; trovare legami, anche nascosti, tra le varie discipline. Le mie apoteosi erano le interrogazioni per le quali non avevo studiato bene e quelle tesine di fine anno in cui bisognava collegare argomenti di materie diverse.

Ma i miei risultati mi spingevano in tutt’altra direzione. Continua a studiare, mi dicevano tutti. Il che, nella nostra società, significa specializzarsi. Acquisendo, nel processo, prestigio intellettuale e (promesse di) maggiori remunerazioni. E così mi sono specializzato, ancora ignaro della mia vera natura. Lettere classiche, archeologia, preistoria, neolitico, iconografia neolitica, iconografia neolitica del sito x.

A metà del dottorato, la mia fiducia cominciava a vacillare. I miei studi iperspecialistici mi risucchiavano in una bolla che mi sembrava sempre più avulsa dal fluire della vita e della storia. Eppure, gli eventi che si dispiegavano al di fuori del gradevole campus di una prestigiosa università americana (tra tutti: l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca e i terribili incendi in California, legati ai cambiamenti climatici) mi chiamavano a un’azione concreta. Mi frustrava che l’enorme mole di conoscenze che stavo, con fatica, accumulando non potesse essere messa a frutto per stimolare il cambiamento di cui sentivo un crescente bisogno.

Il mio corpo resisteva alla perdita di senso costellando ogni mio momento libero di pratiche artigianali che con la mia nicchia accademica avevano poco o nulla a che fare. Cominciai allora a tradurre libri, a disegnare, a produrre carta artigianale per piccoli progetti creativi, a cucinare più spesso, a coltivare un orto urbano. Mi dava sollievo praticare attività che producevano piccoli effetti concreti su me stesso e sul mio piccolo mondo. Senza ancora esserne ancora pienamente cosciente, stavo costruendo le basi della mia transizione personale.

Nel benessere fisico di quelle attività parallele, ecco l’illuminazione: e se questo diventasse la mia vita, anziché un elaborato marchingegno per rendermi questa vita più accettabile? (E qui echeggia un ritornello di Battiato, colonna sonora di quei mesi: Non servono tranquillanti o terapie, ci vuole un’altra vita). Il piacere può essere la scintilla di una rivoluzione che non si accontenta della resistenza passiva.

Cominciarono gli anni della grande preparazione. Ogni sforzo dell’immaginazione andava a comporre i dettagli di quell’altra vita; ogni impiego universitario componeva i risparmi che mi avrebbero sostenuto durante l’inevitabile fase di passaggio.

Anni dopo, la transizione continua. Non mancano le incertezze e le temporanee deviazioni causate dall’insicurezza. Il percorso di un multipotenziale in questo strano mondo non è mai privo di imprevisti. Ma ho fatto pace con la mia innata tendenza a tradurre in cambiamenti le consapevolezze maturate. Assecondare i cambiamenti laddove cambiare significa sopravvivere. Restituire fluidità a un mondo che sembra congelato nella paralisi, nell’incapacità di cambiare.

Un solo grande principio comune segna una costante di questo transito; un concetto vago e multipotenziale come me: la rigenerazione. Che parte sempre dall’individuo per poi approdare al collettivo, al multispecie. E parte sempre da un luogo di autenticità.

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