Il miracolo è la comunità

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San Paolo a Palazzolo Acredine

29 giugno 2026.

Sono arrivato a Palazzolo Acreide due minuti prima delle tredici. Non pensavo che cominciasse davvero così “in punto”.

Eppure, subito dopo aver parcheggiato dall’altra parte della del paese, mentre mi muovevo tra le vie deserte, i primi botti hanno cominciato a sparare.

Fuochi sordi, prima; poi una miriade di scoppi. Seguivo le nuvole di zolfo mentre salivo le strade impervie per arrivare alla piazza principale. Non ricordavo esattamente dove fosse la chiesa di San Paolo, così ho seguito la scia di fumo dei fuochi diurni che scoppiettavano in nuvole di polvere colorata blu, viola, tricolore italiano, poi oro, rosso, e altri colori.

Mi sono perso tra vicoli ciechi che camminavano curvi come l’asino di Le Corbusier, e man mano, come in un labirinto, mi avvicinavo. L’aria era torrida, il sole cocente, iniziavo a sudare.

A un tratto, cominciavano a cadere verso terra brandelli di carta bruciata; ho visto un drappello di persone e ho capito che avrei dovuto fermarmi. Di fronte a me vedevo la chiesa di San Paolo con i fogli di carta e plastica colorata, ondeggianti sui cavi e i campanili.

Da almeno una decina di minuti i botti continuavano, e quando mi sembrava che il gran finale stesse arrivando, ne sparavano di nuovi: altri colori, altre forme, altri ritmi.

Ho fatto pochi passi di lato per trovare la scarsa ombra di un edificio di pietra. Ho preso la mia borraccia e ho iniziato a bere. Lì è arrivata finalmente la fine dei fuochi d’artificio, e la discesa sulla scala di muratura in pietra è stato un camminare tra carte bruciacchiate, coni di carta e munizioni di plastica, uscite dai cilindri di acciaio asserragliati nella piazza tra le due chiese.

Pompieri con idranti spegnevano piccoli fuochi divampati tra le sterpaglie dell’area verde dietro le due chiese. Nessuno mi avrebbe impedito di arrivare fin nel trambusto dei fuochi, solo qualche minuto prima.

Lì ho cominciato a capire il significato di abbondanza.

Qualcosa che stupisce e non si può misurare. E stupisce in modi sempre nuovi e leggermente diversi, al passo con i tempi e con il progresso tecnologico. Allo stesso modo in cui i nastri di carta velina vengono gradualmente sostituiti con nastri di plastica variopinta, sicuramente made in China.

In questo, le feste non fanno fatica ad aggiornarsi. Si evolvono nel tempo anche le luminarie, e presto i fiocchi lanciati saranno ologrammi creati con l’intelligenza artificiale e nuvole di droni.

Non mi restava che camminare nel mare di rottami di carta e plastica variopinta, come alghe di una barriera corallina.

Bambine giocavano a raccogliere i nastri a farne cumuli in cui si immergersi e dissotterrarsi. Una donna ha sfilato un lungo nastro viola arrotondandolo e infilandolo nella borsa. Le luminarie si allungavano nella piccola piazza antistante la chiesa, e da lì, senza interruzioni, lungo una via dritta che portava fino a una scritta in lontananza che leggeva PATRONUS.

Mi sono incamminato sotto il sole, in cerca della processione, che non doveva essere distante. Una ragazza con la polo rossa dei devoti di San Paolo mi ha detto dove piazzarmi per vederlo passare.

Così mi sono assiepato sotto l’ombra di una palazzina rossa e, dopo un paio di minuti, ecco arrivare il santo, issato agilmente da un gruppetto di portatori di mezza età e qualche giovane, tutti in canottiera bianca, sudati.

La spada di San Paolo ondeggiava nel cielo azzurro con qualche nuvola bianca isolata.

Incredibile che tutto questo avvenga all’una del pomeriggio in piena estate, mi sono detto. Dietro di me una un signore di mezza età commentava: “C’è picca di religioso da sta festa”.

Certo che c’è poco di religioso in questa festa. Non ha niente a che fare con le serene e regolari liturgie della Domenica, i placidi sermoni e la loro esegesi delle sacre scritture. Nulla a che fare con la confessione prima dei giorni di grande festa, celebrati al massimo con una messa che dura fino a mezzanotte.

Qui niente è misurato, tutto ha la misura del miracolo.

Non ha senso, ed è per questo illegibile.

San Paolo è solo un simbolo. Il potere vero è nelle mani della comunità. Ogni persona fa qualcosa: una coppia di sorelle con i capelli neri passa bottiglie di plastica piene di acqua fresca da una finestra durante la pausa dei portatori. Hanno caricato il frigorifero nell’attesa della festa, la sera prima. Giovani donne camminano subito dietro il Santo con ai piedi calzini bianchi o neri. Alcune sono scalze.

Due uomini sui trent’anni stanno ai due lati di San Paolo, anch’essi trascinati in alto dai portatori, agitano le braccia e incitano le folle, e quando genitori porgono loro infanti nudi con al collo il drappo rosso e verde, li sollevano per le ascelle e li avvicinano al Santo.

Banconote da 50 o 100 € vengono appese con punti di cucitrice accanto ai putti dorati ai piedi del Santo.

San Paolo è la comunità. Chi ha organizzato questa festa per un anno intero; chi ha arrotolato i nastri; chi ha impastato i cudduri. Chi ha partecipato alle riunioni del circolo.

Tutto questo lavoro per qualche momento di folle abbondanza. Ha senso?

Oh, sì. Ha certamente senso.

Perché l’abbondanza delle stagioni, di ramoscelli di lavanda che fioriscono e del grano che biondeggia non arriva da sola.

La pioggia non arriva mai da sola. il sole non fa maturare i frutti da solo. Il raccolto potrebbe essere decimato da molteplici cause. L’abbondanza va invocata, o meglio ancora creata con il caos; con le follie che la razionalità della religione dottrinale non potrà mai comprendere.

Perché parte dalla logica del sistema e dalle gerarchie della modernità. Lo spirito sopra il corpo, il canto sopra il ritmo, la quieta accettazione sopra la riottosa abbondanza.

Il sistema conteggia, quantifica qualsiasi cosa perché ogni cosa abbia il suo valore. Crea scarsità e la amministra diversamente lungo i diversi livelli della piramide sociale.

Ma che valore ha l’abbondanza quando circola liberamente in una comunità? Che valore ha un tale sforzo collettivo? Nessun valore, perché non si può quantifcare.

Illeggibile al sistema, la festa di San Paolo è opaca alla maggior parte delle persone. Ma continua a esistere, di anno in anno, grazie a una comunità che si riunisce da ogni angolo del mondo, in occasione della festa, e non negozia al ribasso.

Uscendo dalla festa e camminando a passo svelto verso l’altra parte del paese, dovevo stupidamente parcheggiato, vedevo galleggiare sull’asfalto cumuli di nastri di plastica, trasportati dal vento.

Uno spazzino aveva già cominciato a pulire. Stasera sarà già tutto pulito, ho pensato tra me.

Volevo sedermi subito a scrivere, ma il caldo mi aveva affaticato. Mi era venuta voglia di tornare a casa. Le strade deserte mi permettevano di uscire immediatamente sulla circonvallazione, diretto verso casa.

Dall’altra uscita del paese, quella che dà su una profonda vallata verso Buscemi, una miriade di auto bloccavano una buona metà della carreggiata.

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