Sappiamo ancora dire no. Allora diciamo anche sì!

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Succede nelle piazze di tutto il mondo: in Nepal, in Indonesia, in Argentina, in Marocco, anche in Italia. Le persone dicono no a genocidi, governi corrotti, ingiustizie.

Il 22 settembre, un lunedì mattina, ero in piazza con studentesse e docenti, che scioperavano insieme come non avevo mai visto, nella provincia siciliana, a Caltagirone. Ma il mio cuore era a bordo della Global Sumud Flottilla, riacceso di speranza nel vedere persone comuni sfidare i giganti della guerra, e il nostro (cioè di tutte e tutti) mare Medi-terraneo diventare quello che è sempre stato: mare che unisce popoli.

Davanti alla brutalità del genocidio a Gaza, sappiamo quali sono le nostre priorità. La solidarietà umana vince sulla propaganda dei media istituzionali, che puntano a disumanizzare i palestinesi con le solite vecchie tattiche: riducendoli a numeri e a terroristi. 

Ma non ha funzionato: abbiamo ri-scoperto che il potere è ancora nelle mani del popolo. Di chi lavora, di chiunque sia in controllo del proprio corpo. Dei portuali, delle attiviste, di insegnanti e studenti. Abbiamo il potere di bloccare tutto per dire no.

No a ogni genocidio.

No a ogni ideologia che fomenta odio, segregazione e disumanizzazione. No a ogni suprematismo

No a ogni nazionalismo.

No a ogni plutocrazia mascherata da democrazia.

No all’economia dell’occupazione e del genocidio; no al capitalismo dei disastri che trae profitto dai massacri.

No all’ecocidio.

No a ogni discriminazione razziale, culturale, religiosa, di genere, di orientamento sessuoaffettivo, generazionale.

Per la gioia di aver scoperto che sappiamo dire no, vorrei esclamare molti sì. Vorrei che le piazze risuonassero dei sì possiamo dire insieme ai no. Bloccare tutto per fare spazio a un sistema diverso. Vorrei che le piazze rimbombassero di alternative. Perché ne abbiamo tante. Le abbiamo sperimentate da decenni. Le sappiamo da sempre.

Sì alle autonomie locali, alla sovranità popolare, al confederalismo democratico, alle assemblee cittadine, all’auto-organizzazione.

Sì a un’economia di prossimità basata sui bisogni veri (non indotti dal consumismo); sì alle banche del tempo, all’economia della ciambella.

Sì alla sovranità alimentare dei territori, alle comunità energetiche, agli ecovillaggi e tutte le forme di comunità intenzionale.

Sì all’agricoltura rigenerativa, all’agroecologia, all’agricoltura urbana, ai gruppi di acquisto solidale.

Sì alla gestione collettiva dei beni comuni, sì al riuso creativo dei beni abbandonati.

Sì ai saperi indigeni, a una nuova cultura contadina, sì a ogni spiritualità che viene dalla Terra e coltiva l’amore, la compassione e la coesistenza pacifica.

Sì alla salute di prossimità, alla salute pubblica, alla salute che cura le cause e non solo i sintomi.

Sì al mutuo aiuto e a ogni forma di autosufficienza e autoproduzione.

Sì al pensiero sistemico, alla comprensione della complessità, alla progettazione in permacultura e a ogni arte che ci re-insegni a pensarci come ecosistema.

Sì a tutte le iniziative concrete, le idee visionarie, le fonti di ispirazione che ho dimenticato o non conoscerò mai perché sono troppe e a volte non hanno abbastanza voce per arrivarmi.

Sì e a tutti gli strumenti intelligenti che immagineremo per costruire comunità, resilienza, trasformazione.

Sì a tutte le arti della rigenerazione!

Ci vorranno decenni, forse secoli, ma niente dura per sempre. Anche il diritto divino dei re ci sembrava incontrovertibile soltanto tre secoli fa, ma adesso non è più così. Un giorno non troppo lontano, i poveri illusi saranno le persone che credono ancora che questo sistema elargisca “a cascata” benessere all’intera umanità. I realisti sono coloro che dicono sì alle alternative del capitalismo.

E tu, a cosa dici sì?

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