04/08/2024
Ho il covid, motivo per cui non sono al mare con la famiglia. È domenica. La città è deserta e io non ho voglia di restare a casa. Il caldo è atroce già alle 11 di mattina, ma in questo periodo c’è stato di peggio.
Ombra e acqua. Tutto quello che ti servirà è ombra e acqua. Allaccio le scarpe e mi avvio, allora, alla ricerca dell’acqua nascosta.
C’è un rudere che mi affascina, sulla strada per il bosco di Santo Pietro. È circondato da un giardino abbandonato ma ancora verde, alle spalle c’è una vasca (una “gebbia”) da cui sgorga acqua di sorgente.
Alla fonte trovo un uomo che sta in piedi su un pick-up mangiando more. Sta riempiendo due serbatoi da duecento litri. Il pick-up è parcheggiato un po’ più in basso, per permettere all’acqua di riempire i recipienti per caduta.
Saluto con la testa e parcheggio un po’ più avanti. Proprio di fronte c’è un buco ella recinzione, sopra il basso muretto che mi permette di entrare facilmente nel giardino.
A vederlo da fuori sembrava più verde.
Gli alberi di agrumi sono rinsecchiti gli olivi ormai diventati olivastri. Ai miei piedi noto un tubo nero che sale verso la fonte, probabilmente a captare l’acqua. Seguo l’altro capo, che arriva al confine poco distante. Oltre la strada c’è un campo deserto dove si trova, sdraiata al sole, una mandria di vacche. Ecco dove arriva l’acqua, penso, guardando le grandi vasche di abbeveraggio delle mucche.
Facendomi strada a fatica tra le sterpaglie secche, arrivo al caseggiato. Un edificio a due piani si apre su un cortile centrale, dove una grande palma bruciata sorge da un’aiuola. Dal vano di ingresso, che conduce al cortile, si aprivano quattro vani interni, due dei quali conducevano a un piano superiore.
Il vano di ingresso è ora ricoperto di rifiuti di ogni tipo: bottiglie di vetro, pezzi di automobili, stoviglie di plastica e scarpe. Un cumulo che scricchiola quando ci si passa sopra. Su un lato del cortile, si apre un vano di pietre completamente ricoperto di edera.
Un brivido di meraviglia mi pervade per la bellezza di quello spazio. Dopo pochi secondi, un uccello rapace si sposta e vola via. C’è anche un torchio per pestare l’uva in buone condizioni, molto bello. Ai suoi piedi la pelliccia di un animale morto, puzza ancora.
Ritorno nel giardino, deciso ad arrivare alla fonte. Quando mi avvicino all’acqua il paesaggio cambia: gli agrumi sono ancora verdi e frondosi, l’aria è fresca.
Una grande vasca di pietre circolare è oggi secca. Ma dev’esserci ancora un rigagnolo perché dentro una delle spaccature si affollano delle api scure, che probabilmente vanno lì a bere. Ritrovo il tubo nero e lo seguo fino alla fonte. Un’altra grande vasca, poi un’altra ancora. Forse una volta c’era una conceria?
Esco da una grande breccia sul muro, l’accesso è facile. Il tubo nero è immerso dentro la fontana. Ecco dove viene captata l’aqua per abbeverare le vacche. L’uomo che stava riempiendo i serbatoi è ancora lì che aspetta. Ha inserito un tubo all’imbocco della vasca, con una bottiglia tagliata a fare da imbuto. Scambio qualche parola di circostanza e poi me ne vado. La mia immaginazione galoppa verso giardini permaculturali con laghetti e canali, ma sulla strada trova anche contese per l’acqua.
Riprendo la macchina e percorro la valle che porta verso il mare. Sulla strada incontro un’altra gebbia piena d’acqua.
Lungo la valle del Terrana ci sono tante case di campagna con su scritto “Vendesi”. Parcheggio la macchina e mi addentro nel bosco.
Dopo un breve sentiero sotto le querce, scorgo la prima umidità del ruscello. Acqua e ombra. Acqua e ombra. Seguo il ruscello, minuscolo, che crea della cascatine sulle rocce. Non c’è davvero una pozza che sia grande abbastanza per bagnarmi, ma la vista e il suono e la frescura mi bastano. Quando trovo il posto ideale per fermarmi, lo capisco subito.
Poggio lo zaino, mi tolgo i vestiti e mi avventuro scalzo. Il suolo è un tappeto di foglie secche di leccio. La pietra è un anfiteatro: gialla, bianca, calcarea, sabbiosa, cava di conchiglie di ere preistoriche. Il muschio crea un arazzo verde scuro, dal quale spuntano spruzzi di capelli di Venere. Un sentiero circolare porta alla piccola cascata. Al pimo passo un ronzare di insetti esplode. Mosche, farfalle, api – non sono l’unico animale a cercare ombra e acqua e ad averle trovate. La cascata grande è secca. Al suo posto, il solito tubo nero che capta acqua poco più a monte, per dissetare altre vacche, in pianura. La cascata piccola è più che altro un sistema di gocciolatoi che partono da stalattiti dalle forme tubolari sinuose, alcune completamente ricoperte di muschio. L’acqua scende gocciolando e poi si riversa su un tappeto di foglie, fossilizzate in un manto di calcare. Poco più a valle, distese di giovani fichi, equiseto e viti selvatiche che si arrampicano sulle querce. Il suono è leggero e assordante ma delicato: gocciolìo e ronzare di insetti, cicalìo e l’occasionale fruscìo di vento.
Mentre siedo appoggiato a un sasso sulla sponda del rigagnolo, sorrido.
I diari terrestri nascono da un progetto di dottorato di Lorenza Villani. La ricerca di Lorenza esplora la dimensione emotiva e immaginaria di attiviste nonviolente per la giustizia climatica e sociale. Nel mio caso, Lorenza mi ha chiesto di scrivere e inviarle almeno due diari a settimana, per tre settimane. Ogni lunedì ho ricevuto da lei una sollecitazione con una domanda. Quando Lorenza mi ha chiesto di partecipare al progetto, ho accettato volentieri, sapendo che sarebbe stata una buona occasione per tornare a scrivere il mio diario con più costanza, in un momento in cui l’avevo abbandonato. Scrivo un diario da quando avevo 13 anni, e mi ha sempre fatto bene, sia per processare le mie emozioni, sia per ricostruire, a posteriori, il mio percorso.
Le nuvole di parole sono state realizzate con Wordclouds.



